Se la conoscenza è il petrolio del ventunesimo secolo, l'Italia sta cercando di far funzionare una Ferrari con l'olio di frittura. Analizzando i dati Eurostat, ci troviamo di fronte a una fotografia impietosa, quasi imbarazzante per un membro del G7: solo il 29% degli italiani tra i 30 e i 34 anni possiede una laurea. Un dato che ci relega nei bassifondi della classifica europea, a braccetto con la Romania, mentre guardiamo col binocolo paesi come la Francia, la Spagna o l'Irlanda, dove l'asticella del 50% è stata superata da un pezzo.
Il dettaglio che rende il quadro grottesco, se non tragico, è la componente maschile. Tra i giovani uomini italiani, solo il 22% è laureato. In compenso, il 26% si è fermato alla licenza media. Abbiamo letteralmente più trentenni che a malapena sanno analizzare un testo complesso di quanti ne abbiamo capaci di progettare il futuro. È lecito chiedersi se questo non sia l'epicentro del "decadimento" italiano. La risposta, purtroppo, tende al sì. La bassa produttività che ci affligge da trent'anni non è una maledizione divina, ma la diretta conseguenza di un tessuto produttivo che non innova perché manca del capitale umano per farlo. Non si può pretendere di competere sulla frontiera tecnologica globale se la forza lavoro è ferma, culturalmente, agli anni Ottanta.
Questo gap educativo spiega perfettamente anche l'apparente paradosso della disoccupazione giovanile e dei bassi salari. Siamo intrappolati in quello che gli economisti chiamano "equilibrio di basso livello": poche lauree perché le imprese (spesso microimprese a conduzione familiare) non richiedono competenze alte, e imprese che rimangono piccole e poco innovative perché non trovano (o non vogliono pagare) laureati. È un cane che si morde la coda, mentre il resto d'Europa corre. L'assenza di propensione all'innovazione non è pigrizia, è incapacità tecnica. Senza ingegneri, scienziati e umanisti capaci di pensiero critico, l'innovazione rimane una parola vuota da convegno.
Per uscire da questa palude cognitiva e puntare al fatidico 50% di laureati, serve uno shock, non un decreto milleproroghe. Guardando a cosa hanno fatto nazioni come la Corea del Sud o, più vicina a noi, la Francia, la strada è tracciata ma ripida. Il governo deve smettere di trattare l'istruzione come una voce di spesa da tagliare e iniziare a vederla come l'unico investimento a rendimento garantito.
La prima azione necessaria è un rifinanziamento massiccio e strutturale del Diritto allo Studio. In Italia studiare è ancora un lusso: mancano gli alloggi, le borse di studio sono esigue e spesso erogate in ritardo. In Germania o in Scandinavia, lo studente è supportato dallo Stato perché è considerato una risorsa pubblica; in Italia è spesso considerato un peso per la famiglia. Bisogna rendere l'università economicamente accessibile a tutti, eliminando le tasse per i redditi medio-bassi e costruendo residenze universitarie vere, non sulla carta.
In secondo luogo, serve un intervento drastico sull'orientamento scolastico e sul contrasto all'abbandono. Quel 22% fermo alla terza media è un fallimento dello Stato. I paesi nordici investono risorse ingenti nell'orientamento precoce, indirizzando i ragazzi verso percorsi che incrociano le loro attitudini con la realtà del mondo. In Italia, l'orientamento è spesso una brochure letta svogliatamente in un'ora buca. Dobbiamo potenziare la filiera professionalizzante (gli ITS), copiando il modello duale tedesco, per recuperare chi non vuole un percorso accademico classico ma deve comunque acquisire competenze tecniche di alto livello, sottraendolo al limbo dei "né studio né lavoro".
Infine, serve un incentivo fiscale shock per le aziende che assumono dottori di ricerca e laureati magistrali, per rompere quel circolo vizioso della bassa domanda di competenze. Se non riusciamo a convincere i nostri giovani che studiare paga, e se non convinciamo le nostre aziende che l'ignoranza costa molto di più, continueremo a guardare le classifiche Eurostat dal basso verso l'alto, consolandoci con la solita retorica del "genio italico", mentre il mondo ci sorpassa a destra

