Il copyright sta vivendo una delle sue crisi identitarie più profonde, un’odissea legale resa inevitabile dall’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa. Per decenni la materia del diritto d’autore è rimasta un terreno relativamente stabile: un autore umano, un’opera, una data, un insieme di diritti. Poi sono arrivati algoritmi capaci di ingerire l’intera produzione culturale dell’umanità e rigurgitare, su richiesta, nuove opere che sembrano uscite dalle mani di un professionista. In questo cortocircuito si inserisce la questione più scomoda: chi è davvero l’autore, quando a “creare” è una macchina alimentata da miliardi di contenuti umani?
La prima incrinatura riguarda l’autorialità. Nessuna legislazione riconosce alle macchine uno status creativo, eppure le opere generate dall’AI esistono, funzionano, commuovono, vincono concorsi, generano ricavi. Le normative tendono a riconoscere diritti a chi fornisce il prompt o dirige il processo creativo, ma si tratta di un equilibrio fragile: un'IA che realizza il lavoro “pesante” rende l’opera potenzialmente priva di tutela, come indicano gli orientamenti statunitensi. Ne deriva un paradosso: i cosiddetti prompt engineer rischiano di essere considerati, giuridicamente, poco più che operatori di una fotocopiatrice evoluta.
Il secondo fronte critico riguarda i dataset utilizzati per addestrare i modelli. Milioni di testi, immagini, musiche, codici — spesso protetti da copyright — vengono assorbiti senza autorizzazione né compenso. Negli Stati Uniti il fair use è diventato lo scudo preferito dalle Big Tech, mentre in Europa il dibattito è più acceso e l’AI Act tenta di imporre trasparenza sulle basi dati. Per gli autori umani, tuttavia, resta l’amara sensazione di vedere la propria creatività trasformata in carburante gratuito per macchine che potrebbero sostituirli.
La complessità non è solo giuridica ma anche economica. Se un software genera in pochi secondi ciò che un illustratore produce in ore, quanto vale ancora il lavoro umano? Difendere il copyright, oggi, significa difendere dignità professionale, tempo, competenze e il patrimonio culturale che ha permesso all’AI di svilupparsi. La creatività delle macchine nasce infatti dalla creatività delle persone, e il rischio è un circolo infinito in cui i contenuti generati dall’AI alimentano ulteriori modelli, diluendo progressivamente la distinzione tra umano e artificiale.
Il futuro, per quanto incerto, non è privo di possibili soluzioni: licenze specifiche per l’addestramento, registri per opere generate con AI, sistemi collettivi di compensazione analoghi a quelli musicali. Ma siamo ancora in un cantiere aperto, in cui la tecnologia corre più veloce del diritto e la domanda centrale resta inevasa: importa davvero sapere chi ha creato un’opera, o dovremo ridefinire il concetto stesso di creatività?
A giudicare dal caos attuale, la risposta la daranno i giudici. E forse anche le macchine.

